Cosa dicono di Lei...


Tenero realismo

di Paolo Sirena


Il suo disegno come matrice dell´opera. Un talento innato, un dono che Dina coltiva e affina con le frequentazioni di prestigiosi ateliers in tutta Italia. Un segno deciso e virile dal tratto vivo e ardente.

La linea scuote le corde del sentimento. Si piega docile sul corpo del bimbo in fasce, avvolgendolo, si erge possente e si rafforza nella descrizione dei muscoli dell´uomo.
Si frantuma in piccoli tocchi per rendere l´atmosfera degli am­bienti, quelli religiosi delle veglie in chiesa o delle processioni, quelli caldi e intimi dei focolari domestici, quelli assolati ed estivi dei raccolti nei campi o della peschiera di Marceddì.

Lungi dalle leziosità accademiche Dina da vita al mondo della Sardegna contadina vissuto e conosciuto. Nulla di nostalgico né falsamente retorico.
Solo “tranche de vie” di un realismo inconsueto che neanche i ma­estri del primo ´900 isolano possedevano.

Lontana dallo sguardo filologico del pittore colto che guarda la tradizione con distacco etnografico, Dina si rivela figlia del Cam­pidano, del mondo agricolo, del brulicante fermento del paese.

La vita rurale è vista con occhio familiare, l´essere umano di­venta protagonista. Bimbi che giocano, fanciulle in erba, teneri amanti, uomini nel contesto della propria mediterraneità, saggi anziani popolano la società di allora che ancora, con sguardo da bambina di 15 anni, Dina descrive.

Tutto è storia e racconto nella sua Arte, felice o infelice che sia.

Nel guardare le opere ci riconosciamo ritratti in alcuni momenti personalmente intimi della nostra esistenza, in quei ricordi celati che non riusciamo a esprimere con parole.

La dolcezza delle madri e la tenerezza dei bambini descritti con pochi tratti, rendono il candore delle carni. Sono madri e sono Madonne, trasmettono l´idea di un amore puro, sono lo specchio e il riflesso di una religiosità profondamente sentita dalla cultura sarda.

Madre di tutte le donne è la propria madre, la Bella di Sant´Eru, cui Dina dedica con affetto molte delle sue opere rìtraendola col costume sardo, così come la vedeva nel quotidiano, con la digni­tà ed il portamento di una bella donna sarda.

Il realismo antistorico di Dina Pala, schietto e diretto, in una pa­rola vero, incontra chiunque sappia soffermarsi a guardare, le sue sculture.
Nel forgiare la terracotta dimostra un´abilità tecnica che com­muove. I volti parlano, sembrano raccontare al mondo di oggi la loro storia. I corpi si muovono e sono straordinariamente vivi.

Le forme non possono prescindere dall´ideale estetico della clas­sicità.
Anche quando ritrae la piccola e paffuta Paoletta, l´occhio vitreo passa in secondo piano rispetto alla viva espressione della fan­ciulla che chiede affetto. Allo stesso modo, il volto sofferto ma sereno degli anziani che indossano le proprie rughe come segni di conquista rappresenta una rivincita sulle fatiche del tempo.

Questo è Dina, così com´era, così com´è.
Cullata dal successo gira il mondo e piace.
Incontra modelle, attori e cantanti famosi e resta Dina.
Lavora al fianco di Mario Schifano, Novella Parigini ... e resta Dina.
Paladina come amava firmarsi, Contadina per ciò che ritraeva, sbarazzina ... per quanto ha amato la vita.

Salotti mondani, cene di gala, vernici e serate d´artisti hanno se­gnato il favore del pubblico fino al ritorno nell´avara Sardegna che per trent´anni ha fatto finta di dimenticarsene.

Nella solitudine meditativa approda dunque al futurismo come logica evoluzione del dinamismo della linea.
Luce, colore e movimento diventano il diaframma attraverso cui guardare la classicità pittorica del suo ideale di bellezza.

Nasce l´idea di promulgare le linee di forza in quell´operazione artistica che la critica volle definire “fluttuismo”, un movimento danzante delle linee e dei colori che l´accompagna tutt´oggi fino alle soglie dell´astrattismo.

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